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Indicazioni ad interim per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19 nei luoghi di lavoro – Norme Italia è presente per soddisfare qualsiasi chiarimento!

Stilato dall’INAIL il documento tecnico intende fornire indicazioni per la vaccinazione anti-SARS- CoV-2/COVID-19 nei luoghi di lavoro, in coerenza con il “Piano strategico nazionale dei vaccini per la prevenzione delle infezioni da SARS-CoV-2” e le “Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19” di cui al decreto del Ministero della Salute del 12 marzo 2021.

Le aziende, singolarmente o in gruppi organizzati, per il tramite delle Associazioni di categoria di riferimento, possono attivare punti vaccinali territoriali anti-SARS-CoV-2/ COVID-19 destinati alla vaccinazione delle lavoratrici e dei lavoratori, anche con il coinvolgimento dei medici competenti.

Fermo restando che la fornitura dei vaccini è a carico della Struttura di supporto al Commissario straordinario per l’emergenza COVID-19 per il tramite dei Servizi Sanitari Regionali competenti, la realizzazione dei punti vaccinali territoriali nei luoghi di lavoro e relativi oneri è a carico delle aziende promotrici dei punti vaccinali stessi.

L’istituzione di tali punti vaccinali dovrà garantire tutti i requisiti di efficacia, efficienza e sicurezza previsti per tutti i cittadini in ogni contesto della campagna vaccinale.

Ai fini della istituzione dei punti vaccinali territoriali e della realizzazione della campagna vaccinale nei luoghi di lavoro, costituiscono presupposti imprescindibili:

la disponibilità di vaccini

la disponibilità dell’azienda

la presenza / disponibilità del medico competente o di personale sanitario come di seguito specificato

la sussistenza delle condizioni di sicurezza per la somministrazione di vaccini

l’adesione volontaria ed informata da parte delle lavoratrici e dei lavoratori

la tutela della privacy e la prevenzione di ogni forma di discriminazione delle lavoratrici e dei lavoratori

Norme Italia nell’ottica di suggerire e supportare le Aziende è già attiva nella redazione nella logistica, legata appunto ai piani operativi Aziendali e alle convenzioni con operatori Sanitari imprescindibile per la realizzazione del programma vaccinale.

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ACQUISIZIONE DI MACCHINE: LINEE GUIDA PER DATORE DI LAVORO

Nell’acquisizione di macchine, nuove o usate, è opportuno impostare un processo valutativo ed un protocollo da adottare

Ad esempio la definizione delle esigenze produttive e del luogo in cui sarà installata la macchina.

Nelle scelte di tipo tecniche e prestazionali è necessario  individuare l’attrezzatura adeguata valutando anche i rischi connessi all’interazione tra la macchina e l’ambiente circostante in cui verrà collocata”.

È importante chiaramente stabilire la professionalità del fornitore, valutabile anche attraverso la presenza di certificazioni di qualità. Dopo aver individuato l’attrezzatura idonea e il fornitore, è opportuno formalizzare l’ordine d’acquisto specificando anche i requisiti di sicurezza attesi”.

È Opportuno inoltre che l’azienda utilizzatrice “richieda al fornitore supporto e assistenza nella risoluzione di eventuali problematiche che dovessero insorgere durante l’installazione.

Ed è necessario richiedere al fornitore “la conformità alle varie legislazioni e, se del caso, l’impegno a contribuire alle eventuali modifiche che si rendessero necessarie in fase d’installazione. In questa fase si ritiene buona prassi coinvolgere, oltre al RSPP, anche il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) al fine di ottenere eventuali suggerimenti”.

Una volta acquisita, il  datore di lavoro, avvalendosi del supporto del RSPP e di personale qualificato, verifichi la conformità (impiantistica e documentale) della macchina al suo ingresso in azienda, anche se si tratta di attrezzatura marcata CE” unitamente al controllo della documentazione fornita dal costruttore, in particolare il manuale d’uso e manutenzione e la dichiarazione di conformità, corrispondano esattamente ai dati di targa, modello ed eventuale matricola della macchina consegnata”.

Al momento del collaudo/prima installazione “si consiglia di predisporre apposito verbale ed eventuale documentazione fotografica che attesti lo stato di fatto della macchina, utile a distanza di tempo per ricordare le condizioni di partenza dell’attrezzatura. Se a seguito della messa in servizio della macchina, si riscontrassero nuovi rischi non identificati in precedenza, l’utilizzatore si deve interfacciare con il costruttore per individuare i necessari accorgimenti da attuare”.

Un altro aspetto importante riguarda i dispositivi di sicurezza installati, i quali  devono essere compatibili con le esigenze produttive e adeguati per proteggere dai rischi presenti.

Una volta a regime poi, attenersi alle seguenti attività:

1)Aggiornamento della valutazione dei rischi ai sensi dell’art. 29 comma 3 del D.Lgs. 81/2008”;

2)Predisposizione di procedure operative e/o di manutenzione;

3)Organizzazione di specifici incontri di formazione/informazione e addestramento;

4)Aggiornamento delle analisi che coinvolgono aspetti ambientali (es. rumore esterno, emissioni in atmosfera, etc.)”.

Una volta predisposto registro delle macchine come previsto dalla valutazione per favorire una corretta identificazione dei macchinari “sarebbe opportuno contrassegnare la macchina con numero progressivo identificativo interno e verificare/aggiornare il layout di reparto interessato”.

Chiaramente il risultato di questa valutazione sarà noto ai Lavoratori, rendendo  disponibile a coloro che utilizzano l’attrezzatura, il manuale d’uso e manutenzione in lingua italiana o un estratto dello stesso e predisporre una specifica ‘scheda macchina’ che contenga l’elenco dei requisiti di sicurezza, dei controlli previsti per garantire la loro efficienza e degli interventi manutentivi che dovranno essere svolti.

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La classificazione del rischio nei luoghi di lavoro, secondo una ricerca Inail

In seguito alla diffusione della pandemia COVID-19 in tutto il mondo, con notevoli impatti sulla salute pubblica e socio-economici ricordiamo che l’ Italia è stato il primo di molti altri paesi occidentali ad attuare misure di contenimento estese. Gli operatori sanitari e altri impiegati nei settori essenziali hanno continuato la loro attività, segnalando un alto tasso di infezione con molti decessi. Il trend epidemiologico ha evidenziato l’importanza del lavoro come fattore sostanziale da considerare sia nell’attuazione di strategie volte a contenere la pandemia sia nella definizione della strategia di mitigazione del blocco necessaria per una ripresa economica sostenuta. Per supportare il processo decisionale, è stata sviluppata una strategia per prevedere il rischio di infezione da SARS-CoV-2 sul posto di lavoro basata sull’analisi del processo lavorativo e la vicinanza tra i dipendenti e connesso al tipo di attività;

Nello specifico l’INAIL delinea un indice di rischio per ogni settore di attività economica, con diversi livelli di dettaglio, considerando anche l’impatto sulla mobilità della popolazione attiva.

 Questo approccio può svolgere un ruolo chiave per la salute pubblica se associato a misure di mitigazione del rischio nelle imprese attraverso strategie di reingegnerizzazione dei processi aziendali. Inoltre, contribuirà a riconsiderare l’organizzazione del lavoro, includendo anche l’innovazione e promuovendo l’integrazione con il sistema nazionale di sicurezza e salute sul lavoro (SSL).

L’istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro ha sviluppato un metodo per stimare il rischio di infezione da SARS-CoV-2 sul posto di lavoro tenendo conto, da un lato, delle caratteristiche specifiche dei processi produttivi e dell’impatto dell’organizzazione del lavoro sul rischio; d’altra parte, è stato ravvisato che molti lavori richiedono uno stretto contatto con soggetti esterni (pubblico, clienti, ecc.), il che aumenta le probabilità di aggregazione sociale, con conseguenze che possono facilmente espandersi verso la comunità.

Questa metodologia si basa sull’approccio generale all’analisi dei rischi nel campo della sicurezza e salute sul lavoro (SSL)

Il rischio professionale di infezione da SARS-CoV-2 è stato classificato in base a tre variabili:

Esposizione : la probabilità di essere a contatto con potenziale fonte di infezione durante l’attività lavorativa, secondo la scala da 1 = “non esposto” a 5 = “completamente esposto”.

Prossimità : le caratteristiche intrinseche dell’attività lavorativa che non possono garantire un adeguato allontanamento sociale. Il parametro è stato classificato secondo la scala da 1 = “lavoro svolto da solo per quasi tutto il tempo di lavoro” a “5 =“ lavoro svolto in stretta vicinanza con altri per la maggior parte del tempo di lavoro ”.

Aggregazione : la condizione legata alle attività lavorative che può determinare contatti con persone diverse dai colleghi di lavoro (ristoranti, vendita al dettaglio, intrattenimento, ospitalità, istruzione, ecc.) Definita come fattore nelle seguenti classi: 1.00 = “presenza limitata di terzi” (es. settore manifatturiero, industria, uffici non aperti al pubblico); 1.15 = “presenza intrinseca di soggetti terzi controllati tramite l’organizzazione” (es. Vendita al dettaglio, servizi alla persona, uffici aperti al pubblico, bar, ristoranti); 1.30 = “aggregazioni controllabili con procedure” (es. Sanità, scuole, carceri, esercito, trasporti pubblici); 1.50 = “grandi aggregazioni non facilmente controllabili con procedure specifiche” (es. Spettacoli, eventi sportivi).

I primi due parametri rappresentano rispettivamente la probabilità di contatto con potenziali fonti di infezione e la vicinanza fisica ad altre persone durante il lavoro. Ad esempio, un microbiologo può avere un alto indice di esposizione dovuto alle sue specifiche attività ma un indice di vicinanza fisica inferiore ad altri colleghi; invece, un ballerino o un attore può avere poche probabilità di incontrare potenziali fonti di infezione ma entra inevitabilmente in stretto contatto con altri lavoratori.

Sono stati identificati dunque le classi di rischio di ogni settore lavorativo Secondo la classificazione del rischio proposta, le attività di assistenza sanitaria e sociale (settore occupazionale Q) hanno determinato un rischio medio più elevato; attività delle famiglie e della pubblica amministrazione (settori occupazionali T e O) a rischio medio-alto; istruzione, arte, intrattenimento e ricreazione e altri servizi (settori occupazionali P, R, S) a rischio medio-basso mentre per tutti i settori successivi il rischio medio è risultato basso.

Questo modello è stato adottato anche dal comitato scientifico nazionale istituito dal governo italiano per la consulenza politica orientata all’azione sull’emergenza COVID-19. Le attività produttive a rischio basso o medio basso sono state prioritarie nel progressivo processo di rimodellamento delle misure di contenimento, unitamente ad un’adeguata e condivisa strategia di prevenzione finalizzata anche al controllo dei relativi rischi di aggregazione.

Secondo questo studio, attraverso la categorizzazione del rischio per settore lavorativo, sono state proposte strategie di prevenzione per mitigare ulteriormente il livello di rischio introducendo strategie preventive accurate da applicare nella fase post lockdown:

Promozione Smart working

Ridefinire il tempo del lavoro o il luogo lavorativo,predisponendo giusti distanziamenti

Implementare innovazioni tecnologiche, specifica formazione ed informazione, supporto per alternativi mezzi di trasporto.

Per supportare il processo decisionale, è stata sviluppata una strategia per prevedere il rischio di infezione da SARS-CoV-2 sul posto di lavoro, considerando che molti lavori richiedono uno stretto contatto con colleghi o soggetti esterni, aumentando la probabilità di aggregazione sociale, con conseguenze che possono facilmente coinvolgere la comunità.

In quest’ottica, il rischio è stato classificato come il risultato dell’interazione tra tre parametri: esposizione, prossimità e aggregazione. Gli indici di esposizione e di prossimità sono calcolati sulla base di indagini di rendicontazione della percezione con un certo intervallo di confidenza, anche se sulla base di campioni rappresentativi della popolazione attiva nazionale. Il fattore di aggregazione è quello che nell’analisi del rischio professionale COVID-19 chiamiamo valore aggiunto, e potrebbe assumere una scala e una modularità diversa, in relazione alle aree in cui si trovano i siti produttivi, al tipo di organizzazione del lavoro e alle misure preventive adottate.

I risultati della classificazione dei rischi sulla base della metodologia descritta hanno supportato il Governo Nazionale nell’individuazione delle priorità e della modulazione delle misure di contenimento, nonché dell’impatto che la riattivazione di uno o più settori economici ha comportato per la popolazione in generale. Resta inteso che tra quei settori in cui i contatti con terze parti sono più frequenti, ci sono alcune attività che da sole potrebbero determinare la riattivazione della mobilità e di grandi aggregazioni (es. Trasporti, commercio all’ingrosso, istruzione e ricreazione).

La riattivazione delle attività dopo il blocco ha introdotto diverse sfide per il controllo della pandemia, ma allo stesso tempo ha rappresentato un’opportunità per estendere i vantaggi di misure convenienti alla comunità in generale.

Tuttavia, le decisioni sulla riapertura dovevano seguire un approccio graduale, compresi criteri basati sul rischio per identificare i settori ammissibili e consentire intervalli adeguati tra le fasi per valutare l’impatto di ciascuna di esse sul controllo della pandemia.

L’approccio di prevenzione che è stato proposto richiede un forte supporto da parte del sistema nazionale di prevenzione, nell’offerta di adeguati strumenti di informazione e formazione basati su evidenze scientifiche. È inoltre necessario promuovere una comunicazione appropriata, anche per la percezione del rischio, e devono essere intraprese azioni per contrastare lo stigma sociale.

Occorre approfondire il fenomeno dell’infezione e il suo impatto sul settore socio-sanitario per rafforzare tutte quelle misure necessarie a garantire la tutela della salute di tutti i lavoratori. Sarà necessario consolidare il lavoro a distanza e rafforzare il supporto organizzativo anche con strumenti di coaching e formazione. Ciò contribuirà a contenere il rischio di contagio senza compromettere la produttività, sia per la pubblica amministrazione che per il terziario, tenendo in debito conto la natura dei processi produttivi. La tutela dei lavoratori vulnerabili è un punto essenziale anche a causa della peculiarità della malattia. Dovrebbero essere prese misure per prevenire l’esclusione di tali lavoratori dal mondo del lavoro. Infine, studi epidemiologici sulla sieroprevalenza, inclusi elementi relativi a variabili professionali,

È indispensabile e fondamentale che l’intero quadro proposto sia coerentemente inserito in tutte le politiche di contenimento epidemico, con particolare riferimento a misure specifiche per prevenire l’emergere di nuovi cluster epidemici.

In conclusione, l’approccio proposto contribuirà a ripensare il modo in cui è organizzato il lavoro, anche per includere l’innovazione, con l’integrazione nel sistema nazionale di SSL. Il modello contribuirà alla prevenzione e all’identificazione precoce dei focolai sul posto di lavoro nelle future fasi della pandemia.

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La stesura del piano di emergenza

Possiamo definire emergenza quella condizione critica che si manifesta in conseguenza del verificarsi di un evento (un incendio, un terremoto, il rilascio di sostanze chimiche o biologiche, un black out elettrico, un malore…) che determina una situazione potenzialmente pericolosa per la incolumità delle persone, di beni e/o di strutture e che richiede interventi eccezionali ed urgenti per essere gestita e riportata alla normalità.

Tali eventi inattesi e potenzialmente capaci di arrecare ingenti danni, possono derivare da diversi fattori: comportamenti umani (errori, violazioni di regole, negligenza,…), eventi di natura tecnica (guasti di macchinari, rottura di attrezzature,…) o come conseguenza di eventi naturali (terremoti, alluvioni, fulmini,…).

Per fronteggiare questi eventi e al fine di ridurre al minimo danni a persone e beni, è necessario predisporre un documento che spieghi a tutte le persone presenti in un determinato luogo di lavoro (quindi sia lavoratori che visitatori o ospiti) come comportarsi se dovesse accadere un determinato evento critico. Questo documento si chiama Piano di Emergenza.

Le norme che prevedono l’obbligo di predisposizione di un Piano di Emergenza sono numerosissime e si differenziano in base all’attività svolta o alla tipologia di edificio (edifici storici, scuole, ospedali, alberghi, impianti sportivi, attività ad incidente rilevante, ….);

 Per scrivere un Piano di Emergenza, non esiste nessuna norma che preveda uno standard per la redazione (numero di pagine minime o massime, di quanti capitoli comporlo, modalità di informazione, numero di pagine, revisioni temporali minimi, …) ma, esiste una norma che ci può “aiutare” nella scelta dei contenuti: il Decreto Ministeriale 10 Marzo 1998 “Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell’emergenza nei luoghi di lavoro”.

Redazione di un piano di emergenza

Secondo quanto previsto dal DM 10 Marzo 1998, all’art. 5 “gestione dell’emergenza in caso di incendio”, il datore di lavoro deve adottare “…le necessarie misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio riportandole in un piano di emergenza elaborato in conformità ai criteri di cui all’allegato VIII”.

Valutata la necessità di redigere un Piano di Emergenza, questo dovrà seguire le indicazioni generali previste dall’Allegato VIII “pianificazione delle procedure da attuare in caso di incendio”; dovrà quindi contenere:

le azioni che i lavoratori devono mettere in atto in caso di incendio;

le procedure per l’evacuazione del luogo di lavoro che devono essere attuate dai la-voratori e dalle altre persone presenti;

le disposizioni per chiedere l’intervento dei vigili del fuoco e per fornire le necessarie informazioni al loro arrivo;

specifiche misure per assistere le persone disabili.

Specifica che, ulteriori fattori da tenere in considerazione sono:

le caratteristiche dei luoghi con particolare riferimento alle vie di esodo;

il sistema di rivelazione e di allarme incendio;

il numero delle persone presenti e la loro ubicazione;

i lavoratori esposti a rischi particolari;

il numero di addetti all’attuazione ed al controllo del piano nonché all’assistenza per l’evacuazione (addetti alla gestione delle emergenze, evacuazione, lotta antincendio, pronto soccorso);

il livello di informazione e formazione fornito ai lavoratori.

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Autocertificazione Rev. Marzo 2021

L’Indispensabile modulo di autocertificazione per gli spostamenti ai sensi del Nuovo Dpcm

Per spostarsi nelle zone arancioni scuro e nelle zone rosse serve il modulo di autocertificazione per giustificare tutti i movimenti non consentiti dalle ordinanze. (PDF IN FONDO ALL’ARTICOLO)

Queste le regole che si devono seguire per la compilazione e quando deve essere utilizzato.

L’autocertificazione per uscire dopo il coprifuoco

L’autocertificazione serve in tutte le zone per uscire dalle 22 alle 5 (e dunque dopo il coprifuoco) per «comprovate esigenze» di lavorosalute urgenza.

Nelle zone rosse serve l’autocertificazione per giustificare questi spostamenti:
– uscire di casa per «comprovate esigenze»
– uscire dal territorio
– andare a casa di parenti o amici
– andare in una seconda casa.

Come compilare l’autocertificazione

Ecco le regole per la compilazione:

1. Riempire tutti gli spazi sull’identità della persona che effettua lo spostamento.
2. Compilare l’indirizzo da cui è cominciato lo spostamento e quello di destinazione

3. riempire tutti gli spazi barrando la casella che indica la “situazione di necessità”
4. nello spazio – altri motivi ammessi dalle vigenti normative ovvero dai predetti decreti, ordinanze e altri provvedimenti che definiscono le misure di prevenzione della diffusione del contagio – specificare di che cosa si tratta

Chi non ha possibilità di  agli operatori di polizia e può essere compilata al momento del controllo».

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FFP2, come capire se le mascherine sono a norma. Lo strumento dell’Ue

Un tool online dell’Unione Europea può aiutare a scoprire se il produttore ha completato il necessario iter di certificazione CE.

Verificare le informazioni del caso è questione di pochi clic. Collegandosi al seguente link:

https://ec.europa.eu/growth/tools-databases/nando/index.cfm?fuseaction=search.clear

A questo punto basta inserire il numero a quattro cifre stampato sulla propria mascherina, accanto al marchio CE, all’interno della casella «Keyword On Notified body number». Dopodiché apparirà il nome dell’ente che ha rilasciato la certificazione (in caso contrario, il dispositivo potrebbe risultare contraffatto). Poi, una volta cliccato sul nome indicato, occorre assicurarsi che nella scheda «Legislations» compaia la dicitura relativa al «Personal protective equipment». Infine l’ultimo step: controllare che nel corrispondente file Html o Pdf sia riportata la voce «Equipment providing respiratory system protection». Ciò garantirà che il materiale che si ha tra le mani è stato validato da un’agenzia autorizzata da Bruxelles a rilasciare certificazioni per dispositivi di protezione delle vie respiratorie.

Nell’immagine un esempio del percorso da seguire.

Questa indagine non fuga però tutti i dubbi.

Il consiglio dei professionisti è quello di acquistare le mascherine dai canali ufficiali, come le farmacie o i supermercati e controllando che all’esterno ci sia scritto ‘a norma Uni En149:2001′, per essere sicuri che si tratti proprio di una mascherina Ffp2. Inoltre bisogna diffidare in caso si evidenzino difetti di qualità, come la mancata aderenza al volto, il distacco degli elastici o forme differenti tra una mascherina e l’altra”.

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Monitoraggio Radon

In merito alla Legge regionale 13/2019 ricordiamo che il termine ultimo per l’avvio delle misurazioni era stato fissato al 16 ottobre 2019. In caso di mancata trasmissione delle misurazioni entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della suddetta legge, il comune provvedeva  a intimare con ordinanza la trasmissione delle misurazioni svolte, concedendo un termine non superiore a trenta giorni, la cui eventuale e infruttuosa scadenza comportava la sospensione per dettato di Legge della Certificazione di Agibilità.

Il Consiglio Regionale della Regione Campania, tuttavia, nella seduta del 27/11/2019, sospendeva i termini per gli adempimenti previsti dal Piano Regionale Radon (L.R. 13/2019), in attesa dei decreti attuativi nazionali.

Cosa vuol dire? –> La Legge Regionale 13/2019 resta in vigore, pertanto è sempre obbligatorio procedere con le attività di monitoraggio. Infatti, solo i termini previsti da tale Legge sono stati sospesi, ma l’obbligo di misurare la concentrazione di gas radon in tutti gli edifici esistenti, non destinati alla residenza e aperti al pubblico, resta.

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MODELLO UNICO DI DICHIARAZIONE AMBIENTALE (MUD) 2021

SCADENZA 16 GIUGNO 2021

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri con il nuovo modello unico di dichiarazione ambientale (MUD) per l’anno 2021 a sostituzione integrale di quello vigente. I termini per la presentazione sono stati posticipati al 16 giugno di quest’anno. Il modello è stato rivisto, si legge nel Dpcm, «così da poter acquisire i dati relativi ai rifiuti da tutte le categorie di operatori, in attuazione della più recente normativa europea» con particolare riferimento alle novità introdotte dai decreti di recepimento delle direttive Ue sull’economia circolare, su tutti il D.lgs. 116 del 2020 che ha profondamente ridisegnato il quadro di legge nazionale che regola le attività di produzione e gestione dei rifiuti. Vengono riviste anche le modalità di compilazione e presentazione delle dichiarazioni.

Il seguente sito delle camere di commercio aiuta le imprese a orientarsi tra obblighi e opportunità in campo ambientale:

https://www.ecocamere.it/adempimenti/mud

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COVID-19: LE AGEVOLAZIONI FISCALI PER VACCINI E DPI

Al fine di contrastare la diffusione dell’epidemia da Covid-19, il comma 1 dell’articolo 125, D.L. 19 maggio 2020, n. 34, convertito con modificazioni dalla L. 17 luglio 2020, n. 77, riconosce un credito d’imposta in misura pari al 60% delle spese sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati, nonché per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale. Dette spese, individuate al successivo secondo comma, devono essere sostenute da “soggetti esercenti attività d’impresa, arti e professioni, enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, nonché alle strutture ricettive extra-alberghiere a carattere non imprenditoriale a condizione che siano in possesso del codice identificativo di cui all’articolo 13-quater, comma 4, del decreto legge 30 aprile 2019, n. 34”.

Un ambito soggettivo è circoscritto ai seguenti soggetti :

• imprenditori individuali e società in nome collettivo e in accomandita semplice che producono reddito d’impresa indipendentemente dal regime contabile adottato;

• enti e società indicati nell’articolo 73, comma 1, lettere a) e b), del TUIR;

• stabili organizzazioni di soggetti non residenti di cui alla lettera d), del comma 1, dell’articolo 73 del TUIR;

• persone fisiche e associazioni di cui all’articolo 5, comma 3, lettera c), del TUIR che esercitano arti e professioni, producendo reddito di lavoro autonomo ai sensi dell’articolo 53 del TUIR;

• enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo settore ;

• enti religiosi civilmente riconosciuti ;

• strutture ricettive extra-alberghiere a carattere non imprenditoriale a condizione che siano in possesso del codice identificativo di cui all’articolo 13-quater, comma 4, del decreto legge 30 aprile 2019, n. 34.

La disposizione non prevede alcuna distinzione in ordine al regime fiscale adottabile dai soggetti beneficiari, pertanto possono accedervi:

• i soggetti in regime forfetario di cui all’articolo 1, commi 54 e ss., L. n. 190 del 2014;

• i soggetti in regime di vantaggio di cui all’articolo 27, commi 1 e 2, D.L. n. 98 del 2011;

• gli imprenditori e le imprese agricole, sia quelle che determinano per regime naturale il reddito su base catastale, sia quelle che producono reddito d’impresa.

Non rientrano nella platea dei beneficiari del credito d’imposta coloro che svolgono attività commerciali o di lavoro autonomo non esercitate abitualmente, producendo redditi diversi, ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettere i) e l), del TUIR.

Il comma 1 dell’articolo 125 del D.L. n. 34/2020 istituisce un credito d’imposta “in misura pari al 60% delle spese sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati, nonché per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti”.

Il credito d’imposta spetta fino ad un massimo di 60.000 euro per ciascun beneficiario, nel limite complessivo delle risorse stanziate .Il legislatore ha fatto genericamente riferimento alle spese sostenute nell’anno 2020, ne deriva che risultano agevolabili tutte le spese rientranti nell’elenco di cui al successivo comma 2 dell’articolo 125, sostenute dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020.

Il comma 2 dell’articolo 125 individua due categorie di spese:

1. quelle sostenute per la sanificazione degli ambienti nei quali è esercitata l’attività lavorativa e istituzionale o per la sanificazione degli strumenti utilizzati nell’ambito di tali attività, lettera a);

2. quelle sostenute per l’acquisto di:

– dispositivi di protezione individuale, quali mascherine, guanti, visiere e occhiali protettivi, tute di protezione e calzari, che siano conformi ai requisiti essenziali di sicurezza previsti dalla normativa europea, lettera b);

– prodotti detergenti e disinfettanti, lettera c);

– dispositivi di sicurezza diversi da quelli precedenti, quali termometri, termoscanner, tappeti e vaschette decontaminanti e igienizzanti, che siano conformi ai requisiti essenziali di sicurezza previsti dalla normativa europea, ivi incluse le eventuali spese di installazione, lettera d);

– dispostivi atti a garantire la distanza di sicurezza interpersonale, quali barriere e pannelli protettivi, ivi incluse le eventuali spese di installazione, lettera e).

Le attività di “sanificazione” (sub 1) devono essere finalizzate ad eliminare o ridurre a quantità non significative la presenza del virus SARS-Cov-2. Secondo la circolare n. 20/E del 2020 “tale condizione risulta soddisfatta qualora sia presente apposita certificazione redatta da operatori professionisti sulla base dei Protocolli di regolamentazione vigenti”.

L’Agenzia delle Entrate nel citato documento di prassi afferma che la “sanificazione” può essere svolta anche in economia dal soggetto beneficiario, avvalendosi di propri dipendenti o collaboratori, nel rispetto delle indicazioni contenute nei Protocolli di regolamentazione vigenti, come attestato da documentazione interna.

La circolare dell’Agenzia delle Entrate del 13 aprile 2020, n. 9/E aveva già fornito dei chiarimenti  per cui i dispositivi individuali agevolati di cui all’art. 125, comma 2, lett. b), D.L. n. 34/2020 sono rappresentati da:

• mascherine chirurgiche, Ffp2 e Ffp3;

• guanti;

• visiere di protezione;

• occhiali protettivi;

• tute di protezione;

• calzari.

Inoltre, con riferimento ai dispositivi di protezione individuale, per i quali la norma richiede la conformità ai requisiti essenziali di sicurezza previsti dalla normativa europea, nella citata circolare n. 9/E del 2020 si ritiene che, solo in presenza di tale documentazione, le relative spese sono considerate ammissibili ai fini del credito d’imposta in commento. Ai fini delle attività di controllo, pertanto, l’Agenzia delle Entrate richiederà ai beneficiari la documentazione attestante la conformità alla normativa europea.

Anche le spese relative alla sanificazione delle attrezzature concorrono alla determinazione del credito d’imposta in esame; secondo la circolare del 10 luglio 2020, n. 20/E, detti strumenti possono avere non solo un impiego sanitario, ma anche altre finalità e rientrare tra i beni già utilizzati prima dell’epidemia C19 per adempiere ad obblighi di sicurezza sul lavoro.

l credito d’imposta, in relazione alle spese effettivamente sostenute, può essere utilizzato dai beneficiari fino all’importo massimo fruibile:

a) nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa;

b) in compensazione ai sensi dell’articolo 17, D.Lgs. n. 241 del 1997.

Ai fini dell’utilizzo in compensazione del credito d’imposta:

a) il modello F24 è presentato esclusivamente tramite i servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle Entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento;

b) nel caso in cui l’importo del credito utilizzato in compensazione risulti superiore all’ammontare massimo del credito d’imposta fruibile, anche tenendo conto di precedenti fruizioni, il relativo modello F24 è scartato. Lo scarto è comunicato al soggetto che ha trasmesso il modello F24 tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate;

c) non si applicano i limiti di cui all’articolo 34 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 e all’articolo 1, comma 53, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, pro tempore vigenti.

IL TRATTAMENTO IVA PER LE CESSIONI DI VACCINI E KIT DIAGNOSTICI

L’articolo 1, commi 452 e 453, della L. 30 dicembre 2020, n. 178 (legge di Bilancio 2021), dispone delle esenzioni Iva per i vaccini Covid-19 e per i kit diagnostici. Nel dettaglio, il comma 452 stabilisce che sono esenti dall’imposta sul valore aggiunto, con diritto alla detrazione dell’imposta  dal 1° gennaio 2021 al 31 dicembre 2022:

• le cessioni della strumentazione per diagnostica per Covid-19 che presentano i requisiti indicati nelle norme UE previsti anche dalla direttiva 98/79/CE, relativa ai dispositivi medico-diagnostici in vitro, oltre che dal Regolamento (UE) 2017/745 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai dispositivi medici, o nella legislazione europea armonizzata. Nello specifico si tratta dei c.d. tamponi molecolari, dei test rapidi antigenici e dei test sierologici;

• le prestazioni di servizi strettamente connesse a detta strumentazione.

La disposizione, nel suo incipit, si pone espressamente in deroga all’articolo 124, comma 1, D.L. n. 34/2020 che applicherebbe a tali operazioni un’aliquota Iva del 5%.

Il comma 453, inoltre, dispone che le cessioni di vaccini C.19 autorizzati dalla Commissione europea o dagli Stati membri, e le prestazioni di servizi strettamente connesse a detti vaccini sono esenti dall’imposta sul valore aggiunto, con diritto alla detrazione dell’imposta dal 20 dicembre 2020 al 31 dicembre 2022. Quest’ultima disposizione deroga al numero 114) della Tabella A, parte III, allegata al d.P.R. n. 633 del 1972, che stabilisce l’applicazione di una aliquota del 10% per i medicinali pronti per l’uso umano o veterinario, compresi i prodotti omeopatici nonché le sostanze farmaceutiche e gli articoli di medicazione, di cui le farmacie devono obbligatoriamente essere dotate secondo la farmacopea ufficiale.

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DiNorme Italia

DOCUMENTO DI VALUTAZIONE DEI RISCHI FACCIAMO CHIAREZZA

Il DVR deve contenere una valutazione di tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

L’analisi dovrà contenere una relazione quanto più precisa possibile in riferimento alla scelta delle attrezzature di lavoro, alle sostanze  impiegate ,alle fasi di produzione ed  alla sistemazione dei luoghi di lavoro in conformità a quanto descritto negli allegati IV e V del Testo Unico.

Alle valutazioni suddetta dovranno scaturire misure di prevenzione e protezione adottate per ridurre il rischio, o meglio eleminarlo del tutto, sia come misure di prevenzione collettiva che come dispositivi di protezione individuale;

Un importante prerogativa che va sottolineata e che rende il documento conforme alla normativa è la presenza di una relazione prospettica del programma delle misure che si possono ritenere necessarie, o utili, nel tempo per garantire un certo grado di miglioramento nel tempo dei livelli di prevenzione e sicurezza;

A dire il vero non esiste una prescrizione che imponga un modello predefinito per l’elaborazione del DVR, obbligo del datore di lavoro che lo redige, ma è importante che vi siano tutti i contenuti definiti dall’art. 28.

Gli elementi che non devono mancare sono comunque :

Il rischio: elencando ogni tipologia di rischio con la relativa valutazione e le misure adottate

Mansione del personale esposto, indicando quindi per ogni mansione aziendale quali siano i livelli di esposizione al singolo rischio.

SCADENZE

La valutazione deve essere periodicamente (semestrale/annuale) rivista indicando sia per aggiungere le modifiche che normalmente avviene nelle Aziende (significative modifiche dell’organizzazione aziendale /acquisto di nuovi strumenti o macchinari, ristrutturazioni, traslochi, cambiamenti organizzativi/in caso di importanti infortuni o malattie professionali; se gli esiti della sorveglianza sanitaria ne diano indicazioni; in caso di nuove nomine all’interno dell’organigramma della sicurezza; in caso di aggiornamenti normativi che ne implichino una revisione.)

e soprattutto lo stato di avanzamento del programma di miglioramento rispetto alle previsioni iniziali.

STRESS LAVORO CORRELATO

Nel Testo Unico viene fatta esplicita menzione alla valutazione dello Stress Lavoro Correlato, ed ai rischi riguardanti la lavoratrici in stato di gravidanza, due aspetti significativamente evidenziati pe l’importanza e per il peso specifico che hanno assunto all’interno delle aziende soprattutto nell’ultimo decennio.

La partecipazione del lavoratore finalmente risulta soggetto attivo nelle prevenzione degli infortuni sul lavoro.

DOVE CONSERVARE IL DVR

Il documento così redatto deve essere conservato in azienda, non necessariamente in formato cartaceo ma anche esclusivamente su supporto informatico, e deve riportare le firme del Datore di Lavoro, del Responsabile del Servizio di Prevenzione, del Medico Competente ove presente e del Rappresentante dei lavoratori per presa visione che ne attestino la data certa.

Va precisato che è obbligatorio trasmettere copia del documento all’RLS, che ha facoltà di esprimere valutazioni in merito alla redazione ed alle misure di prevenzione, tali considerazioni non hanno valore esecutivo ma solo consulenziale, e devono comunque essere annotate in calce al documento al fine di verbalizzare il coinvolgimento dei lavoratori nell’elaborazione del documento stesso.

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